30.6.09

U.S. Pullout From Iraqi Cities Marked by Holiday

By ALISSA J.RUBIN
Published: June 30, 2009

BAGHDAD — Iraq declared a public holiday Tuesday to celebrate the official withdrawal of American troops from the country’s cities and towns, emptying the streets as many people stayed home because they feared violence.
As official Iraq celebrated, the American military announced the death of four soldiers on Monday from combat operations in Baghdad, a reminder of the continuing vulnerability of soldiers as they wrap up operations in the field.
In the past few weeks, nationalist sentiments have spread within the Iraqi government and military, with officials boasting all but publicly that Iraq is ready to handle the security situation on its own.
Speaking as a military parade marking the event was held deep inside the heavily fortified Green Zone, Prime Minister Nuri Kamal al-Maliki said: “The national united government succeeded in putting down the sectarian war that was threatening the unity and the sovereignty of Iraq.”
He made no mention of the American military’s involvement in fighting here for the last six years and more than 120,000 American troops remain on Iraqi soil. There were no official documents signed between the countries and no handover of authority on Tuesday. June 30 was date set in an Iraqi-American security agreement that went into effect on Jan. 1.
Many ordinary Iraqis said that a day they long doubted would come seemed to have arrived. Although some worried that the security forces may not be able to control the insurgency, they were also relieved to have the Americans out of sight. Some said they believed that the American presence had given insurgents a pretext to stage attacks.
The American presence here is associated with better security in some places, but in others for sometimes heavy-handed detention techniques, for creating traffic jams and generally reminding Iraqis that they are not in control.
“It really is a sovereignty day. I agreed with Maliki. It is a very important day in our history,” said Balqis Eidan, a 30-year-old state employee. “But we are still worried about security. We hope that our forces will be able to handle security. The way will be a long one.”
In accordance with the security agreement, there were few American troops to be seen on Baghdad streets and the Iraqi authorities have made clear they do not want to see them unless their help is requested. The American military has obliged, ordering soldiers to remain in garrison for the next few days to give the Iraqis a chance to demonstrate that they are in control.
The vast majority of American troops withdrew before Tuesday and closed down their urban bases, in some cases several weeks ago. They have moved to large forward operating bases. Only a handful of urban outposts in Baghdad, requested by the Iraqi authorities, remain open. Near one entrance to the Green Zone and on the airport road, there were still American armored vehicles to be seen on Tuesday.
The military parade in the Green Zone on Tuesday — at the official monument to the unknown solider — was attended primarily by Iraqi media and dignitaries. The public could not reach it because of extensive security restricting access to the area. Several American news organizations were also barred, including two television news networks and The New York Times, on the grounds that they did not have the appropriate badges.
This seemed in part intended to signal that the Iraqi authorities were in charge. In the past most checkpoints were run jointly by Iraqis and Americans and if someone lacked the correct badge, an exception could be made.
In his speech, Mr. Maliki said the media would encourage insurgent attacks if they questioned the ability of the security forces to handle the job. The Iraqi government has periodically attempted to muzzle news organizations perceived as supporting insurgents. While only a couple of outlets have been prevented from covering the country, the message has been clear.
Many of the celebrations on Tuesday seemed contrived. Police cars were festooned with plastic flowers and signs celebrating “independence day” were tied to blast walls and fences around the city. On Monday, night a festive evening celebration in Zahra Park with singers and entertainers primarily drew young men, many of them off-duty police officers.
Some Iraqis were more skeptical. “There is no doubt this is not national sovereignty because the Americans will stay inside Iraq in military bases,” said Najim Salim, 40, a teacher in Basra. “But the government wants to convince the citizens that there is a withdrawal of foreign troops, although the government could not protect citizens in some cities in Iraq even with the presence of U.S. forces.”
ESTERI

La Corte costituzionale chiede un provvedimento ad hoc del Parlamento"Si rischia di ledere la sovranità e le competenze del Bundestag"
Trattato di Lisbona, la Germania frena"Serve una legge per poterlo ratificare"

dal corrispondente del quotidiano "La Repubblica" ANDREA TARQUINI

BERLINO - Duro colpo al processo di ratifica del trattato europeo di Lisbona, e quindi al processo d'integrazione e approfondimento dell'Unione europea, da parte della Corte costituzionale tedesca. La Consulta federale, riunitasi nella sua sede di Karlsruhe, ha infatti deliberato che il trattato di Lisbona è sì, nell'insieme, compatibile con il Grundgesetz, cioè la costituzione tedesca. Ma che in alcuni suoi articoli è contemplabile il pericolo che vengano lese sovranità e competenze del Bundestag, il parlamento federale tedesco. Occorre quindi che il Bundestag stesso vari una legge nazionale per difendere i suoi poteri e garantire che la sua competenza non venga erosa in futuro dalle autorità europee. Solo allora, dicono in sostanza i giudici supremi, la ratifica del Trattato di Lisbona da parte della Repubblica federale sarà compatibile con la Costituzione federale stessa, e quindi possibile. Slitta dunque l'atto finale di ratifica del Trattato da parte della Germania, cioè la firma del Trattato da parte del capo dello Stato federale, Horst Koehler, di obbedienza Cdu, vicino cioè al partito della cancelliera Angela Merkel. Il Trattato infatti era stato già ratificato ad ampia maggioranza dal Bundestag, mancava solo la firma del presidente Koehler. Ma i dettami costituzionali hanno imposto a Koehler, egli stesso un convinto europeista come la cancelliera, la Cdu e la sua alleata di governo Spd del vicecancelliere e ministro degli esteri, Frank Walter Steinmeier, di attendere il verdetto della Corte. E'stata una pattuglia di testardi deputati euroscettici del centrodestra a sporgere ricorso contro il Trattato di Lisbona presso la Consulta, definendolo appunto in contrasto con le prerogative di sovranità del Parlamento definite dalla Costituzione federale. Capofila dell'iniziativa è stato Peter Gauweiler, l'ideologo nazionalconservatore della Csu, cioè il partito fratello bavarese della Cdu di Angela Merkel. La Csu si conferma quindi un alleato scomodo per la cancelliera, che incassa questa sconfitta proprio sulla politica europea, che le sta tanto a cuore, a tre mesi dalle elezioni federali del prossimo 27 settembre. Tra gli euroscettici c'è anche il figlio del conte von Stauffenberg, cioè l'ufficiale della Wehrmacht che divenne un eroe nazionale tentando con la congiura del 20 luglio 1944 di uccidere Hitler e negoziare la pace con gli alleati. L'attentato fallì, tutti i congiurati furono assassinati dalla Gestapo e dalle Ss. Adesso il governo e la maggioranza (Grosse Koalition tra la CduCsu e la Spd) conta comunque di varare entro settembre la legge necessaria a sbloccare il processo di ratifica.
Lo stop tedesco incoraggia comunque gli euroscettici in tutto il resto della Ue, e questo è un brutto imbarazzo per Berlino. Gli euroscettici sono particolarmente attivi tra gli altri paesi nella Repubblica cèca dove il presidente Vaclav Klaus si oppone all'integrazione Ue e non ha ancora firmato il Trattato, e in Irlanda dove deve tenersi un secondo referendum sull'Europa. Ieri un sondaggio diceva che almeno 74 tedeschi su cento vorrebbero anche in Germania un referendum per il sì o il no al Trattato di Lisbona.
(30 giugno 2009)

29.6.09

ECONOMIA

Sentenza esemplare per il finanziere autore di una frode da 65 miliardi di dollari. A breve all'asta l'appartamento, le ville, gli yacht, i quadri e i gioielli
Madoff condannato a 150 anni. Il giudice: "Crimine diabolico"


NEW YORK - E' stato condannato a 150 anni di carcere, la massima pena possibile, Bernard Madoff, il finanziare di 71 anni autore di una delle più grandi truffe della storia. La lettura della sentenza è stata accolta da un applauso. Madoff si è dichiarato colpevole di tutte le 11 imputazioni emerse da uno dei più grossi scandali della storia di Wall Street: le somme da lui frodate ammontano a 65 miliardi di dollari (l'equivalente di circa 46 miliardi di euro). Si è anche scusato, nel corso dell'udienza odierna, l'ultima di un processo lampo durato pochissimi mesi (l'arresto del finanziere risale all'11 dicembre 2008), ma le scuse sono servite a ben poco. "Nessun altro caso di frode è comparabile con il caso Madoff", ha detto il giudice Denny Chin, precisando che "il simbolismo della sentenza è importante perché attraverso questa si invierà un messaggio". Il giudice Chin ha definito quello di Madoff "un crimine straordinariamente diabolico". Dal 1995 Madoff, che era stato anche presidente del Nasdaq, aveva iniziato la sua attività privata promettendo tassi di interessi alti e sicuri (circa il 10%). Che puntualmente pagava, ma non perché il danaro venisse accortamente investito, ma soltanto perché arrivava danaro fresco dai nuovi clienti. E Madoff diventava sempre più ricco: se l'ammontare delle somme truffate è stimato in circa 65 miliardi di dollari, le cifre legate al suo impero economico ammontano a 171 miliardi di dollari. Madoff, che ha passato gli ultimi mesi agli arresti domiciliari nel suo appartamento di lusso di Manhattan, del valore di 7 milioni di dollari, perderà tutto: le ville (una a Palm Beach, un'altra in Florida, una da 13 milioni a Montauk, sulla punta di Long Island), gli yacht e i beni personali, che verranno messi all'asta nei prossimi giorni. La moglie, Ruth, 68 anni, rimarrà senza casa e dovrà vivere d'ora in poi con i 2,5 milioni di dollari che le sono stati assegnati dal tribunale.
L'avvocato del finanziere, Ira Sorkin, puntava a una pena mite, al massimo 12 anni, dal momento che il suo cliente aveva ampiamente collaborato alle indagini. Ma si aspettava il peggio, anche sulla base delle richieste dei tanti truffati che hanno preso la parola in tribunale: "La cella deve diventare la sua bara", ha affermato uno degli investitori truffati. Un'altra vittima è scoppiata in lacrime dopo aver denunciato perdite per 5 milioni di dollari. In questo clima l'appello e le scuse di Madoff sono cadute nel vuoto, e semmai sono state accolte con scherno: "Vivrò con questo dolore per il resto della mia vita - ha detto Madoff - Non posso chiedervi scusa per il mio comportamento: come puoi chiedere scusa per aver ingannato un'industria che hai contribuito a costruire? Come puoi chiedere scusa per aver ingannato una moglie dopo 50 anni di matrimonio?". "Lascio alla mia famiglia un'eredità di vergogna, come hanno detto alcune delle mie vittime - ha proseguito il finanziere - Sono responsabile di molta sofferenza e molto dolore. Chiedo scusa alle mie vittime. Mi dispiace".


(29 giugno 2009)