21.8.09

I cinque eritrei che si sono salvati raccontano
"Da una barca ci hanno lanciato dell'acqua, poi sono spariti"

"Avvistati da almeno dieci navi
ma nessuno si è fermato a salvarci"

dall' inviato di Repubblica FRANCESCO VIVIANO


"Avvistati da almeno dieci navi ma nessuno si è fermato a salvarci"

I primi soccorsi a Lampedusa


LAMPEDUSA - "Quando abbiamo visto quel peschereccio avvicinarsi pensavamo di avercela fatta. A bordo molti erano già morti, ma in tanti, almeno una trentina, eravamo ancora vivi.

"Eravamo stremati, stanchi, disperati, ma gli uomini di quel peschereccio, quando l'imbarcazione si è avvicinata, ci hanno dato soltanto un paio di bottiglie d'acqua e qualcosa da mangiare. Poi sono spariti, se ne sono andati via".

Hampton, 17 anni, eritreo, è il più giovane dei cinque sopravvissuti all'ultima strage del mare nel canale di Sicilia. È in infermeria del centro di accoglienza di Lampedusa insieme agli altri tre uomini e una donna, tutti eritrei, cristiani. Tutti partiti più di venti giorni fa dalle coste libiche insieme ad altri 73 connazionali. Compagni di viaggio morti per gli stenti della fame, della sete, per le ustioni del sole e dei vapori della benzina.

Racconta Hampton: "Non credevamo a quello che stava accadendo, gli uomini di quel peschereccio hanno visto che stavamo morendo, ma non ci hanno portato a bordo. Non erano italiani, parlavano inglese. Speravamo che magari dessero l'allarme, che segnalassero la nostra posizione a qualcuno, invece siamo rimasti in mare per altri giorni e tutti gli altri che erano ancora vivi, tranne noi cinque, sono morti. Con noi Dio è stato buono, ma tutti gli altri, non ci sono più, sono morti e noi li abbiamo buttati in mare, come quelli di prima".

Hampton è il meno grave di tutti, ma nessuno dei sopravvissuti rischia di morire. "Se la caveranno" dice una dottoressa dell'istituto nazionale migrazione e povertà che assiste gli extracomunitari ricoverati nel pronto soccorso del centro di accoglienza dell'isola.
Titti è l'unica delle trenta donne sopravvissute a questa strage. Con lei c'erano anche altri tre suoi familiari, due cugini ed un fratello che si erano imbarcati sul gommone della morte sperando di raggiungere l'Italia. Parla con difficoltà in dialetto Tigrino, la lingua della regione eritrea vicino ad Asmara, ad ascoltarla c'è un suo connazionale che lavora per "Save the children" nel centro di accoglienza di Lampedusa. "Sono arrivata in Libia alcuni mesi fa - dice Titti - è stato un viaggio faticoso e pieno di insidie e pericoli. Solo la forza della disperazione, la speranza di arrivare in Italia mi ha fatto superare tutte le difficoltà".

Titti racconta che è stata per un paio di mesi a lavorare, "come una schiava", nelle case dei libici. "Con me - prosegue Titti - c'erano altre mie amiche ed altri connazionali, tutti in cerca di fortuna, tutti con la speranza di raggiungere l'Italia dove da anni vivono altri nostri parenti ed amici".

Titti smette poi di parlare, le spuntano le lacrime agli occhi, i ricordi di quei giorni vissuti in mare in balia delle onde e delle intemperie del giorno e della notte. È stremata e piena di ustioni in varie parti del corpo, ma a tarda sera riesce a prendere sonno e ad addormentarsi. Hampton è più loquace, ha ancora forze nonostante tutto ed ha voglia di raccontare quello che ha vissuto insieme altri atri. "Quando i trafficanti, dopo alcune settimane che ci tenevano prigionieri in dei capannoni, hanno stabilito che potevamo partire, ci hanno portato su una spiaggia. Lì c'era già un gommone pronto con delle taniche di benzina a bordo. Erano poche ed uno di noi lo ha fatto notare: "come faremo a raggiungere Lampedusa con questo carburante?". Loro ridevano, dicevano che potevamo andare anche in America, ma non era così e dopo qualche giorno, il motore si è fermato. Avevamo visto di notte le luci delle piattaforme petrolifere che i trafficanti ci avevano detto di raggiungere perché quella era la strada giusta. Ma non potevamo navigare, eravamo come rami che galleggiano nei fiumi. Il gommone andava avanti e indietro, girava attorno a se stesso. Di giorno era un inferno, il sole e l'acqua salata martoriava le nostre carni, la notte c'era freddo e non avevamo nulla per riscaldarci. Pregavamo e speravamo. Poi quel peschereccio che pensavamo ci potesse salvare e che invece se n'è andato via. Abbiamo incontrato altre barche o altre navi, almeno dieci, non li distinguevamo bene da lontano. Forse ci hanno anche visto, io e i pochi ancora con qualche energia gridavamo, sventolavamo le nostre magliette. Tutto inutile. Nessuno ci ha mai avvicinato e così cominciavamo a morire".

A bordo non c'erano bambini, ed i primi che hanno finito di vivere sono state le donne. "Erano le più deboli, tentavamo di darci aiuto l'uno con l'altro, ma non potevamo fare nulla, non avevamo più niente, molti avevano cominciato a bere acqua di mare e sono stati i primi a morire. Li abbiamo dovuti buttare in mare, uno dopo l'altro, non c'era altro da fare ed è stata una cosa dolorosa anche se Dio ci perdonerà di questo". Poi, ieri mattina, dal mare è spuntata una nave grigia, era quella della guardia di finanza che in questi ultimi mesi ha soccorso altri extracomunitari in mare riportandoli però subito in Libia, senza sapere da dove venivano.

Ma questa volta in quel gommone c'erano dei fantasmi, dei moribondi, ed il "respingimento" non è stato possibile.

(21 agosto 2009)


17.8.09

Il Comune della città-simbolo di Barack Obama è in bancarotta
E non è un caso isolato: tutta la finanza locale Usa è al collasso

Oggi Chicago "chiude" per crisi
Giorno di stop ai servizi pubblici

dal corrispondente del quotidiano "la Repubblica"FEDERICO RAMPINI


Oggi Chicago "chiude" per crisi Giorno di stop ai servizi pubblici

Chicago

NEW YORK - Oggi è vietato ammalarsi a Chicago. Guai ad avere bisogno di un certificato, o di qualsiasi altro servizio municipale. La spazzatura resterà a fermentare sui marciapiedi nell'afa estiva: è sospesa anche la nettezza urbana. La città di Barack Obama non ha più soldi nelle sue casse. Il sindaco Richard Daley, democratico, ha dovuto ricorrere a misure estreme. Fra cui tre giorni di vacanze forzate, a casa senza stipendio, per i dipendenti municipali. Il Comune annuncia che farà del suo meglio per garantire i servizi d'emergenza - le volanti della polizia, le ambulanze e i vigili del fuoco - ma è meglio non immaginare cosa succederà oggi a chi finisce in una "E. R." (emergency room, o pronto soccorso) col personale ai minimi e tutti gli altri reparti ospedalieri chiusi.

La sospensione di ogni servizio pubblico oggi provocherà disagi gravi ma farà risparmiare solo 8,3 milioni di dollari di stipendi, un'inezia rispetto alla voragine di perdite della città. Perciò Daley ha già preannunciato altri sacrifici e tagli ai servizi essenziali: tutti gli impiegati comunali dovranno prendersi molti giorni di riposo non remunerato, compresi gli insegnanti alla riapertura delle scuole. Ne risentirà anche la sicurezza: per mancanza di fondi viene sospeso il celebre piano del sindaco per ritirare le troppi armi in circolazione ricomprandole ai privati.

Pazienza se è un duro colpo per l'immagine della città-vetrina di Obama, quella in cui il presidente si fece le ossa come militante politico di quartiere, proprio nelle lotte per migliorare la qualità dei servizi sociali. Invecchia precocemente anche il mito della "rinascita di Chicago", vantata dai magazine come città-modello capace di schivare lo choc della recessione; la metropoli elegante e raffinata che continua a investire nell'architettura moderna (ieri Frank Lloyd Wright, oggi Renzo Piano) per lucidare il proprio glamour turistico internazionale.

Tutto vero, fino a poco tempo fa. Ora la bancarotta della finanza locale contagia anche la metropoli più ricca e cosmopolita del Mid-West, stremata per il crollo delle entrate. Come tutte le città americane anche l'amministrazione locale di Chicago dipende in modo prevalente dall'imposta sulla casa e da qualche tassa sui consumi: le voci di gettito su cui la recessione ha avuto un impatto catastrofico.

La "chisura per bancarotta" di Chicago fa scalpore perché è la città del presidente, ma non è un caso isolato. In Pennsylvania 255 impiegati pubblici sono stati licenziati in tronco - dieci giorni di preavviso e zero liquidazione - con una motivazione secca: "Mancanza di fondi". Oggi si fermeranno per sciopero il metrò e gli autobus di San Francisco, dopo l'aut aut della città agli autoferrotranvieri: o accettano una riduzione del 7% degli stipendi o scattano i licenziamenti collettivi.

Il caso della California è uno dei più drammatici. Dal 2 luglio lo Stato più grande e più ricco degli Usa (se fosse indipendente avrebbe un Pil superiore all'Italia e farebbe parte del G8) sta pagando tutti i suoi fornitori e creditori con delle cambiali, pezzi di carta di cui bisogna fidarsi: sono quasi due miliardi di dollari di "promesse future", perché in cassa non ci sono i fondi. E' con rinvii e sotterfugi di questo genere che il governatore Arnold Schwarzenegger ha tamponato provvisoriamente un buco di 24 miliardi di dollari nel suo bilancio. Tutti i servizi essenziali sono vittime dei tagli. Oltre 500 milioni di dollari sono stati tolti all'assistenza sanitaria per i più bisognosi. Le carceri dovranno liberare fino a 43.000 detenuti entro il prossimo biennio. E non è detto che siano solo i condannati per reati minori a uscire in libertà.

"Di questo passo - dice la presidente dell'assemblea legislativa californiana, Karen Bass - dovremo semplicemente aprire le porte delle prigioni". Soffre perfino quello che è stato per decenni il fiore all'occhiello del "modello California": il suo sistema universitario, capace di attirare nei campus da Berkeley a Ucla l'élite scientifica e il meglio degli studenti da tutto il mondo. Oggi le varie facoltà del sistema statale University of California subiscono riduzioni dal 20% al 30% dei loro stanziamenti.

L'università California State Fullerton ha inviato una lettera a tutti gli iscritti che inizia così: "Caro studente, come sai la California attraversa una drammatica crisi di bilancio. Pertanto siamo spiacenti di dover cancellare diversi corsi ai quali ti eri iscritto".

Professori e ricercatori sono costretti anche qui a prendersi delle vacanze non pagate, un modo elegante per mascherare delle riduzioni nette di stipendio. In America e nel mondo intero si ha l'impressione che l'Amministrazione Obama abbia risposto alla recessione con un poderoso aumento dell'intervento statale: la misura più nota è la maximanovra di spesa pubblica da 787 miliardi di dollari varata dal Congresso a fine gennaio. A livello locale però sta accadendo il contrario. Gli Stati e le municipalità sono costretti a ridurre crudelmente le spese più essenziali.

La ragione? A differenza del governo federale di Washington, la quasi totalità degli Stati (fa eccezione solo il Vermont) adottarono a fine anni Settanta delle costituzioni che proibiscono i deficit. La possibilità di indebitarsi è circoscritta entro limiti rigidi. Con due effetti pericolosi. Da una parte a livello locale la spesa pubblica non agisce affatto per attutire la recessione, ma al contrario contribuisce ad aggravarla. Inoltre si depaupera ulteriormente la qualità dei servizi e delle infrastrutture pubbliche, già in decadenza da decenni.
17 agosto 2009



11.8.09

ECONOMIA

C'è una luce in fondo al tunnel

di Mariaveronica Orrigoni e Luca Piana
La produzione non scende più. Le vendite di auto sono ripartite. Ma c'è il macigno del debito pubblico. E l'incubo disoccupazione. Cosa fare? Ecco le ricette di dieci economisti

La ripresa si sta affacciando sullo scenario economico globale... Fino a poche settimane fa un'affermazione tanto netta avrebbe scatenato scongiuri di ogni genere. Negli ultimi giorni di luglio, invece, la Confindustria ha abbandonato ogni scaramanzia per presentare così un convegno che il presidente degli industriali, Emma Marcegaglia, officerà a settembre. Fiducia? Temerarietà? La presa di posizione riflette in realtà i battiti di vita che l'economia ha fatto percepire di questi tempi.

Più della produzione industriale, che ha smesso di scendere a precipizio come accadeva da metà del 2008 (vedere il grafico a pagina 110), un'idea concreta la possono fornire alcuni fattori ancora episodici. In Italia a luglio le vendite di auto sono cresciute del 6,2 per cento rispetto a un anno prima. Un recupero grazie al quale appaiono ora a portata di mano le previsioni della Fiat: nel 2009, ha calcolato Torino, il mercato italiano dovrebbe arretrare del 5 per cento, un calo sopportabile rispetto alla voragine di inizio anno.

Nel mondo, invece, hanno destato sensazione le Borse, vicine ai massimi dal novembre scorso, e l'aumento dei prezzi delle materie prime, che nel pieno della recessione erano crollati a livelli minimi, riflettendo una domanda ridotta al lumicino: "C'è la luce alla fine del tunnel, almeno potenzialmente", ha commentato l'economista Nouriel Roubini, noto per essere stato fra i primi a prefigurare la crisi.

Il problema è che altri indicatori mostrano invece la gravità della botta inferta dalla recessione. A giugno i consumi di energia elettrica sono diminuiti del 7,6 per cento rispetto a 12 mesi prima, lo stesso trend di inizio anno: segno che l'industria italiana continua a marciare a passo ridotto. A luglio, poi, l'inflazione è scesa a zero su base annua, il livello più basso dal 1959: le famiglie, quando possono, risparmiano.


Per analizzare le prospettive della ripresa e comprendere i rischi che rimangono, 'L'espresso' ha raccolto il parere di dieci economisti. Ne è emerso un giudizio complessivo di grande prudenza, che riflette il timore dei macigni che la recessione può ancora scaricare: un forte aumento dei disoccupati e l'esplosione del debito pubblico. Ma non manca chi sottolinea la vitalità di una larga fetta dell'industria italiana e spera negli effetti contagiosi di un ritorno della fiducia.

IL SEMESTRE SABBATICO. "I consumatori non hanno ancora sentito la vera durezza della recessione; è come se questa avesse concesso loro un semestre sabbatico". Fedele De Novellis, del centro studi Ref, descrive così i fattori che hanno attutito gli effetti della crisi sulla vita di molte famiglie: il crollo del prezzo dei carburanti; l'esplosione del deficit pubblico, salito a luglio a 53,6 miliardi di euro (più del doppio rispetto a un anno prima), che riflette le minori tasse pagate da autonomi e imprese; la decisione di molte aziende di non licenziare subito la manodopera, ricorrendo alla cassa integrazione. Ora, però, i prezzi della benzina sono tornati a correre, il deficit pubblico si allarga e l'occupazione va ad adeguarsi a un livello produttivo un quinto più basso.

L'ESTATE STA FINENDO. A fine marzo l'Istat ha contato 200 mila posti bruciati: un numero contenuto, se si pensa ai crolli in Spagna e negli Stati Uniti. Dopo le ferie, però, la situazione potrebbe diventare nera. "Non tutti danno per scontato uno choc occupazionale: se gli imprenditori inizieranno a percepire un clima di maggiore fiducia potrebbero licenziare meno del previsto", dice Roberto Perotti della Bocconi. Se tagli saranno, a soffrire sarà però l'industria e sul destino di molte fabbriche grava un'alta incertezza, osserva Gregorio De Felice dell'ufficio studi di Intesa Sanpaolo: "l'impennata della cassa integrazione potrebbe preannunciare la mancata riapertura di diverse aziende, soprattutto le meno grandi", dice l'economista, secondo il quale il governo dovrebbe darsi l'obiettivo di aumentare la competitività delle piccole imprese. Come? Facendo piazza pulita di quei vantaggi fiscali e legislativi che consentono loro di fare a meno di un processo di riorganizzazione".
(07 agosto 2009)